Lo dimentichiamo spesso: la Bibbia e i Vangeli non sono solo una ‘storia di Dio’, ma sono la storia del rapporto fra Dio e l’uomo.
E questa storia ‘si fa’ nella storia umana: e continua a ‘farsi’ e ad essere registrata per essere raccontata, meditata e poi ancora vissuta.
L’unico ‘sprazzo’ biblico che sta fuori dal tempo dell’umano è -per quel che ricordo- il Prologo giovanneo: è quella vita di Dio che appare ‘concentrata’ in quello che viene chiamato e sta ‘in principio’; in un attimo profondo quanto l’eternità stessa.
Da esso -e da vari accenni del Cristo, dal suo alludere al Suo rapporto con il Padre e col Paraclito- si è sviluppata la dottrina trinitaria. Che resta -pur con le grandi intuizioni di teologi, Santi e mistici- inaccessibile alla ragione, anche a quella pascaliana del cuore, che è sempre troppo ‘umana’, troppo ‘dentro’ la storia per comprendere quello che -per definizione- sta al di fuori.
Ma, ecco, inaudito e sconvolgente, il prorompere del Dono che sfonda la barriera impenetrabile fra il tempo e l’eterno: l’Incarnazione. L’assunzione divina della carne, dell’umanità nella sua interezza, nella sua essenza: l’uomo Gesù -che è anche il Verbo che si abbassa- ci fa entrare nel seno stesso del mistero trinitario, del rapporto, della relazione fra le Persone divine.
Siamo ‘nella Trinità’ perchè ‘Uno di noi’ lo è.
E quell’Uno lo è ugualmente nella storia e fuori da essa.
E così possiamo esserlo anche noi.
La storia dell’uomo è così diventata ‘la storia di Dio’.


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