Devo a Demetrio Conti la conoscenza di questa preghiera che Aleksandr Isaevič Solženicyn ha composto nel 1963 e che circolava, nella Russia sovietica di allora, con i samizdat.
«Come mi è facile vivere con Te, Signore!
Com’è facile credere in Te!
Quando il mio intelletto confuso si ritira e viene meno,
quando gli uomini più intelligenti non vedono al di là di questa sera e non sanno che fare domani,
Tu mi concedi la chiara certezza che esisti
e Ti preoccupi, perché non vengano sbarrate tutte le vie
che portano al bene.
Sulla cresta della gloria terrena io mi volto indietro stupito
a guardare la strada percorsa dalla disperazione a questo punto,
donde fu dato a me comunicare all’Umanità
un riflesso dei Tuoi raggi.
Dammi quanto m’è necessario perché continui a rifletterli.
E per quello che non riesco a fare,
so che Tu hai destinato altri a compierlo»
La ‘disperazione’ a cui alludeva quel premio Nobel russo era quella del GULag, nel quale rimase rinchiuso dal 1945 al 1953.
L’umiltà -in questo testo- la fa da padrona: verso l’Eterno e, alla fine, verso il prossimo.
‘Riflettere’ è la parole chiave: e -davvero- non solo le nostre azioni e i nostri pensieri non sono che ‘riflessi’ (in ogni possibile senso), ma persino il nostro essere è quella specie di ‘riflesso’ che è l’immagine somigliante.
Il contatto FB l’ha postata ieri mattina: la domenica di Cristo Re.
Ed ecco come, anche con questa chiave (oltre che con infinite altre) è possibile ‘arrangiare’ una … ‘riflessione’.
Il Figlio è l’Amato: Egli è il ‘riflesso’ perfetto dell’Amore del Padre. Ecco perchè è narrato nei Vangeli del continuo ritirarsi del Cristo nella preghiera: per riflettere bisogna farsi investire dalla luce, dall’immagine del Padre; bisogna recepire, accogliere.
Ma anche la regalità di Cristo è un ‘riflesso’ di quella del mondo, rovesciandone però i parametri, i simboli, le vestigia. E suggerendo, così, un diverso, opposto modo di essere del potere e del suo esercizio.
E, per colmo di paradosso, quelle vestigia ‘regali’ (corona di spine, canna usata come bastone, la croce al posto del trono) sono attribuite a Gesù -per di più, nel contesto dello scherno- proprio dai soldati di Roma, cioè da coloro i quali erano chiamati, nella maggior parte del mondo allora conosciuto, ad esercitare il potere supremo dell’Urbe e del suo Imperatore.
E da essi, materialmente, che viene fuori la ‘installazione’ del Golgŏtha.
C’è di che pensare. O, meglio, ‘riflettere’….


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