l’anti-narciso

Cos’è, in fondo, il concepito: è l’altro da sè dentro se stessi.

E’ promessa di un’alterità che però ‘ci appartiene’, per un certo tempo ‘ci compone’, nella puerpera anche fisicamente.

Quest’altro tuttavia ‘non si vede’.

E, ciò che ‘non si vede’:

– lo si può sperare;

– lo si può temere;

– ci si può scommettere.

Quell’altro è ineliminabile presenza dell’essere, tanto più purezza dell’essere in quanto nascosto ai sensi ed all’esistenza.

Quell’altro così ci interpella ‘dal di dentro’: e non solo interpella la madre; interpella ciascuno di noi; la comunità ed ogni suo cascame, inclusi quello politico e quello giuridico.

Lo fa perchè -inesorabilmente- distoglie il nostro sguardo da noi stessi: ponendoci domande; distogliendo la fantasia e il pensiero dal nostro sè e dalle sue voglie; dai nostri programmi.

La protezione che quest’altro richiede è speciale, dev’essere accurata, proporzionale al mistero che egli sta portando con sè.

Quest’altro, insomma, sembra (a dispetto della facilità con la quale, fisicamente, oggi è possibile eliminarlo) impossibile metterlo da parte.

Ecco perchè è intollerabile per un’epoca afflitta dal narcisismo come la nostra: ci distoglie, letteralmente, da noi stessi e dal nostro lento morire mentre ci guardiamo, ci vezzeggiamo, ci ammiriamo, ci autoriproduciamo (fotograficamente o virtualmente).

‘Riproduzione’ è, per una bizzarra ma abbagliante coincidenza, il termine che rappresenta sia il venire in esistenza dell’altro sia il moltiplicarsi della nostra immagine, il nostro specchiarci e rispecchiarci, all’infinito, occupando il più sterilmente possibile il nostro tempo (‘sterilità’, altro termine che …si specchia con la ‘riproduzione’…).

La ‘cultura dei diritti’, sostituitasi dal settecento francese a quella ‘dei doveri’, altro non è che una ‘rivendicazione della solitudine’: ogni dovere implica che qualcun altro si impegni per noi; la rivendicazione del diritto, invece, ciascuno la può portare benissimo avanti da solo. Se c’hai i mezzi, bene, se no ti lasci morire, d’inedia, come Narciso, mentre aspiri realizzare il ‘te’ che porti dentro la tua testa, nel quale ti specchi.

Il vessillo costituzionale della morte dell’altro, di quell’altro, quindi, non poteva che issarlo quel popolo che aveva per primo sostituito i diritti ai doveri.

Che ci aveva costretti, con questo, a rimanere sempre girati verso i riflessi di noi stessi, sordi alla voce del prossimo.

Incluso quello più prossimo di tutti: quello che ci portavamo dentro, insieme al nostro futuro.

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