Giorni fa, un ‘contatto’ (ben oltre questo: ci ‘bazzichiamo’ da almeno 15 anni) ha postato a mo’ di sfida questo pezzo della televisione svizzera di lingua italiana, nel quale appare quel fine tessitore di percorsi che non devono portare da nessuna parte che è Roberto Calasso.
Trasmissione ‘intellettualmente pericolosa’ (come chi l’ha postata), ma -per chi avesse qualche passepartout interpretativo- per molte cose illuminante.
Si parla di Robert Musil e del suo ‘Der Mann ohne Eigenschaften’, ‘L’uomo senza qualità’, il romanzo-saggio che, ovviamente, non venne mai completato.
La trasmissione, pur nei suoi arzigogolamenti fine anni ’70, merita davvero di essere vista. Non solo perchè tratteggia bene Musil e il romanzo; non solo perchè emerge anche l’intento e lo spirito calassiano; ma perchè tanti spunti, per capire l’oggi, si possono prendere.
LA VERITA’ LIQUIDATA
La descrizione del primo personaggio serve a incatenare e lasciare subito da parte l’idea che possa esistere qualche seria o reale ‘verità’: in effetti essa dovrebbe essere solo l’artificio concettuale usato da chi è tutto d’un pezzo, perchè credente, per distinguere i propri ideali od obiettivi politici da quelli degli avversari. Immagine, ovviamente, valida anche per la battaglia culturale.
Il tutto, inserito in un contesto storico anch’esso decadente: lo sgretolarsi dell’Impero Asburgico, il simbolo stesso della stabilitas, della conservazione frenante, della patria, del richiamo all’autorità divina.
La trasmissione stessa sembra volersi subito liberare da questa ‘zavorra’, per partire idealmente verso la propria meta (che, in realtà è il viaggio stesso). Con il primo capovolgimento: il romanzo si apre con un arrivo, un approdo, in nave, parte insomma da una fine. E, infatti, non verrà terminato…
Liquidata la verità, ogni verità diventa -appunto- liquida, manipolabile come ogni percezione, espediente narrativo. Ed è possibile salpare.
LA ROTTA COME RETICOLO PERENNEMENTE RAMIFICANTE
Va benissimo anche per il seguito la metafora del viaggio. Che non è, nel libro nè -men che meno- della trasmisssione una linea che congiunge due punti.
No: è un reticolato complesso. Un albero che ramifica in continuazione, in cui ogni tronco, ramo o filamento, viene narrato e descritto con quella ‘esattezza’ (concetto che ritroveremo dopo) che non è solo cifra della grandezza stilistica e letteraria, ma necessità dell’animo pensante.
Un rampicante che pretende di stare impiedi da solo, perchè vuole ‘impegnare’ il tempo dato all’uomo con una narrazione che ne giustifichi ogni istanza: pensieri, atti, sentimenti. In ogni campo: politico ma anche amoroso.
Una vita così appare già ricca, ‘florida’, ‘fiorente’ di mille sfumature e colori; ‘appagata’ dalla sua solipsistica capacità di attraversare e scandagliare eventi e realtà. Ricca di ‘qualità’ (proprie ed altrui) da portare nel proprio baule etichettato dalle tappe del viaggio.
Nella complessità e fatica dello scrivere degli anni ’20 di Musil troviamo l’archetipo dell’homo mediaticus di oggi, i cui mezzi espressivo-descrittivi sono ancora più potenti siccome rapidi, istantanei nella rappresentazione di quel viaggio-appagante-sè-stesso che è la vita: il diario di Facebook trasmette descrizioni e narrazioni; la foto su Instagram -magari filtrata a gusto con le coloriture dell’umore di chi la posta- esterna la visione degli occhi.
La ricercata ‘esattezza’ -su cui indugiano gli astanti alla fine- prende il posto, protremmo dire, della ‘perfezione’. Quest’ultima è, in fondo, un fine, la prima è un modus della narrazione, un surrogato di soddisfazione. Il proprio paradiso temporaneo autoappagante.
DUE LUNE OSCURE NEL COSMICO VUOTO DELL’IRONIA
Calasso apprezza, loda, ammira l’ironia di Musil. Certo: l’ironia come tratto corrosivo della realtà da cui si distacca lo sguardo; come presa di distanze, tragicamente illusoria, da questa stessa realtà.
Non a caso vien letto il passo dell’ufficiale barbuto a cavallo: la descrizione vuole trasmettere l’inadeguatezza dell’uomo, e dell’uomo che incarna una pur piccola autorità, persino rispetto a quel semplice compito che è stare sopra il proprio cavallo. Neanche l’ufficiale dalla barba strana ha le ‘qualità’ necessarie per apparire ufficiale (impettito, sul cavallo), perchè è la stessa autorità a pretendere l’apparenza, a stare in piedi secondo Musil (e Calasso) sulla mera apparenza.
E lo sguardo dissacrante, alla fine, coglie nel processo a Moosbrugger l’esito finale di ogni giudizio a cui sia sottoponibile ogni agire uamno: egli è un pazzo in cui la lucidità estrema non vale a fugare i dubbi sulla sua follia.
Moosbrugger da (e da solo egli può dare) quella sentenza su di sè stesso che la giustizia (ideale anch’esso travicello, decadente, siccome esposto alla ‘cassazione per vizi di forma’), non potrà dare mai: l’esistenza umana è una follia.
Una follia in cui la ‘luce’ del romanzo, spiega Calasso, è ‘data’ da due corpi celesti che non hanno luce propria: uno perchè vuoto, l’altro -che secondo l’editore di Adelphi- è satellite del primo- perchè è oscuro, buio.
Esito perfetto: se non esiste la verità, ogni corpo celeste, ogni stella polare è oscura per il nulla o per il male, entrambi attrattivi. E la vita è una follia lucida.
Come è perfetto l’esito ‘fisico’ del romanzo: la narrazione che sopravvive al narratore, il fuori da sè che va oltre il sè, il dissolversi nel romanzo del suo autore.
Le ‘qualità’, insomma, che sopravvivono all’uomo.
Le ‘qualità’ senza l’uomo.
Molto adelphiano, in fondo.


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