l’egemonismo (con piccole, modeste note di teologia della storia)

Manca un po’ dovunque l’abitudine e, prima ancora, la volontà di farsi delle domande. A partire dalla realtà e, ancora, dalla storia oltre che dalla Scrittura e, quindi, da quella Tradizione che la precede.

Vicende a cui partecipo in alcuni ambiti mi portano a domandarmi se davvero possiamo pensare al controllo ed al potere, come abbiamo sempre fatto fin’ora: vedendolo come il teatro di tentativi di prevalenza territoriale, culturale, politica, idelogica.

E se, invece, non sia opportuno non solo guardare in faccia al potere ed ai suoi modi di manifestarsi, di conservarsi ed espandersi, come si è sempre fatto, ma chiedersi come l’idea stessa dell’egemonia stia diventando non solo metodo ma il fine ultimo del potere.

E chiedersi come non esista più egemonia finalizzata al potere, ma il potere -OGNI POSSIBILE POTERE- si stia facendo servo dell’egemonia. Più precisamente della mentalità egemonica

E, visto che il termine ‘egemonia’ potrebbe richiamare contenuti culturali i più diversi, intendo subito sostituirlo con ‘egemonismo’, il mostro che inghiotte ogni ideologia, ogni religione, ogni dialogo o scontro fra le stesse, ogni cultura, ogni rivendicazione, diritto o obbligo, brandendoli in funzione di sè, del suo accrescersi inarrestabile.

Il mostro che mette al primo posto l’occupazione di spazi reali o virtuali, di ogni discorso pubblico e -ormai- privato, essendosi frantumati gli argini fra l’uno e l’altro.

Non è più questione di potere politico, temo. Nè di potere economico, mediatico, di prevalenza culturale o ideologica. Ormai ogni recinto è attraversato, superato e frantumato da venti egemonici. Egemonica, intimidente sembra essere anche l’aria che respiriamo e che espiriamo.

Risalendo, nella storia, nella nostra storia potremmo averlo già incontrato. E battuto.

La Chiesa è stata tentata e molte volte è caduta nella tentazione di esercitare l’egemonia, rimanendone vittima lei col messaggo evangelico.

Non è questione, sia chiaro, della complessità dell’et-et cattolico o del prevalere di una corrente più o meno ideologizzata, come ad esempio il Modernismo o la Teologia della Liberazione: è quel senso soffocante di occupazione di ogni spazio che travalichi la libertà.

E’ il fermarsi ad assaporare quel ‘dunque, tu sei Re’, senza scuotersi per rispondere, senza indugio alcuno che, in realtà, il ‘Regno’ a cui alludiamo ‘non è di questo mondo’.

E’ il rimanere chiusi nella prospettiva dello spazio con la tettoia che, eliminata la Trascendenza e ogni metafisica, ci porta a vedere solo realtà che sguazza nel visibile, incluso quello che vediamo con microscopi o telescopi astronomici. Pensare che ogni salvezza venga o si compia nel creato o nel tempo, incluso -anzi sopratutto- il tempo che non c’è ancora, il futuro.

La Chiesa l’ha vinta questa tentazione.

Certo adesso essa è dominata, violentata, strattonata da correnti. E’ spogliata dalla sua tunica e indossa abiti che all’esterno appaiono quelli del dileggio, mentre le spine ne feriscono il capo, obnubilandole la vista.

Alla mercè, anch’essa di chi la conduce a processo, ‘dove non vuole’. In balia di ogni doxa, opinione; inclusa la nostra.

Ma non più ‘mimetica’, al contrario!

Pronta a farsi, essa stessa, volontà dell’Altro.

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