Potremmo già prendere la notizia che ho appena condiviso, per avviare il discorso, ma ho deciso di partire da altro: i casi -venuti alla ribalta ieri- della donna di 61 anni che ha dato alla luce un bambino poi ‘donato’ al figlio ed al suo ‘compagno’ e quello della coppia di lesbiche americane suicidatesi un anno fa, buttandosi in un burrone con l’auto, da cui è derivata la morte dei loro quattro figli adottivi -fra i 12 ed il 19 anni- preventivamente drogati e ‘portati con loro’ nel viaggio verso la morte.
Cos’hanno in comune? Aspetti di tipo morale, certo, ed anche notevoli.
Il fondo comune è, però, il drammatico caso di cambiamento antropologico che sta alla base di tutti e tre gli episodi. Fondo da cui emergono due dati: l’espressione di una volontà di potenza che non ammette alcun limite -su di sè o sull’altro- e l’esito ‘cosificante’ per la persona umana.
La madre che si fa fecondare a 61 anni e che consegna il proprio figlio neonato all’altro affinchè ne diventi padre, esprime infatti varie e dirompenti volontà di potenza: quella tecnica, che forza a furia di bombardamenti ormonali il corpo di una donna quasi anziana per consentire la gravidanza; quella distruttiva dell’ordine familiare per cui potrà accadere che il bambino diverrà ‘figlio del proprio fratellastro’, introducendo -anche grazie all’uso della potenza tecnica ‘moralmente giustificato dall’amore’- uno scompenso ed un caos, tutti da verificare nel processo di crescita del piccolo, e voluti e fortemente pubblicizzati IN QUANTO TALI.
Le due che si buttano con l’auto nel burrone, dopo essersi messe nella condizione di uccidere sè stesse e i ragazzi loro affidati a suon di farmaci -dopo essere state considerate, peraltro, dalla incessante propaganda genderistica, ‘esempio preclaro di famiglia alternativa’- esprimono una totale volontà di potenza sull’ ‘oggetto umano’ di cui, senza presupposti nè basi, si erano già ‘appropriate’.
Si dirà: ma lo fanno anche i padri -magari anche ‘femminicidi’- o le madri disperate eterosessuali con i loro figli: ma il ‘principio’ è lo stesso, l’idea che l’altro ci appartenga in quanto proprietà, che presuppone logicamente il fatto che egli non sia ‘persona’.
O, meglio, che sia una ‘non persona’ (anche ogni tanto, in alcune situazioni, il che equivale all’idea che non lo sia mai, quando conviene), un bene disponibile, che si può donare, vendere e, quindi, sopprimere a piacimento.
E, quando l’altro per il prossimo è cosa, è perchè il prossimo -per quell’altro- si mette nella posizione di Dio.
Dal ‘sarete come Dio’ e dal fatto che lo si accetti o solo lo si accarezzi come prospettiva per uno qualunque dei nostri gesti, derivano sempre catastrofi antropologiche, piccole o in grande scala.
Esattamente, come la prima volta.


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