Sarebbe pronta a bloccare i prossimi concerti al Teatro Greco, la Soprintendenza di Siracusa, dopo la ‘invasione’ del pubblico, invitato a ballare dai Negramaro nello spazio ‘riservato’ all’esibizione degli artisti.
Come voglia -o non voglia, ad intermittenza più o meno sollecitata- quella Soprintendenza tutelare le pietre antichisisme del Teatro, secondo canoni burocratici, leggi, regolamenti ecc., non ci interessa.
Interessa guardare, con un mezzo sorriso, all’indignazione propalata da quei cannoni dell’ipocrisia postmoderna che sono i media, per il fatto che siano stata ‘invase’ le ‘pietre sacre’ del Teatro: che -ovviamente- non sarebbero (secondo giornali, analisti e commentatori vari) quelle dove il pubblico siede, bensì le altre: quella dello spazio, del recinto ove si tiene la ‘rappresentazione’.
Il mezzo sorriso scaturisce da una certezza granitica: il ‘coro da tragedia’ (è il caso di dire) che si eleva in lamentazioni è sicuramente composto da gente che, magari, approva i pranzi dentro le chiese, ovvero la loro utilizzazione a dormitori, o il riempirsi di esse di mostre ed altre assortite secolarità.
Lì niente ‘sacre pietre’, invece presenti in un luogo dove -in fondo- si è fatto solo del teatro.
Ma il punto è proprio questo: quello spazio -lo spazio dove si mossero (e fino ad oggi si muovono) attori e cori- è stato ‘sacralizzato’.
E lo è stato perchè è stato SEPARATO da tutto il resto, incluso dallo spazio da cui il pubblico ha sempre assistito.
Ecco perchè l’altolà tardivo della Soprintendenza fa ridere: ad essa sarebbe data la tutela di TUTTE le pietre antiche, incluse quelle dei gradoni del teatro, ma si inalbera anch’essa solo se vengono toccatie quelle del recinto: entro il quale è AMMESSO solo lo spettacolo (sia pure quello, moderno, ma spesso non meno ‘orgiastico’) del concerto, anche se questo dovesse (a furia di decibel) da lì disintegrare il Teatro Antico.
Ciò che non è ammesso è che lo ‘spazio separato’, lo ‘spazio della rappresentazione’, quello -appunto- ‘sacro’, sia invaso dal volgo, sia ‘mischiato’ con il pubblico, sì da non risultare più nè separato, nè riservato, e quindi da non risultare più sacro.
Eh no, non funziona così!
O -secondo la straripante secolarizzazione DI TUTTO- non esistono recinti, riserve, palcoscenici inviolabili, e allora le realtà si mischiano e DEVONO potersi mischiare
OPPURE, c’è un limite all’avanzare del secolo, dell’ora, dell’adesso in senso imperativo; ci deve essere ancora un limite fra lo spazio della rappresentazione e quello di chi -altrettanto essenziale, ma SOLO COME SPETTATORE, come fruitore della rappresentazione, anche del mito che alimenta l’anima, che ammoniva, che educava (ma che oggi, purtroppo, solo diverte)- deve limitarsi a guardare senza intromettersi.
Certe regole restano e resteranno sempre: e reazioni, più o meno ‘nervose’, lo provano.


Lascia un commento