newman e i ‘tre leoni’

La sfera anglosassone è quella che, da lunghi anni e ancora oggi, davvero pare ‘comandare’, esercitando almeno una profonda influenza che va ben al di là degli aspetti geopolitici.

Per questa ragione, azzardo, bisognerebbe capire ed approfondire le figure di coloro i quali -da dentro quella stessa sfera- sono diventati o sono solo emersi come cattolici: la loro vicenda molto potrebbe dirci su come affrontare ciò che, condizionandoci, proviena dal binomio Gran Bretagna-USA.

Centrale in questo è la figura di John Henry Newman, il cui percorso dall’anglicanesimo al cattolicesimo (con l’ostracismo, peraltro, all’interno di quest’ultimo di un clericalismo, quello di allora, molto marcato … come quello attuale) è davvero illuminante.

Newman arrivò per fasi (segnate da profonde crisi di … scienza e di coscienza) a divenire quel gigante che Pio XII (il ricordo della cui morte è pure oggi), parlando a Jean Guitton, si disse sicuro sarebbe diventanto un Dottore della Chiesa.

In queste tappe fa …’capolino’ un ben curioso e ‘familiare’ animale, per un inglese come lui: il leone.

Partendo dalla fine, fu un Leone, Papa Pecci, a crearlo cardinale senza che fosse vescovo, nel 1879, dopo aver goduto della larghisisma stima di Pio IX che lo aveva invitato al Vaticano I.

40 anni prima, era stato il primo di quei tredici ‘Leoni’, a indurlo alla convinzione che, come ogni processo scismatico, anche quello che portò all’anglicanesimo avesse una base eretica: il monofisismo, le cui argomentazioni, ripetute dagli anglicani, stavano alla base del rifiuto dell’autorità papale. Iniziava così la seconda e più profonda crisi di scienza e di coscienza di Newman, che lo avrebbe portato ad approdare al cattolicesimo.

Sei anni prima, ‘infine’, era accaduto il fatto che lo aveva ‘sradicato’ dalla prima hybris, quella dell’intellettuale, dell’uomo di fede avvinghiato alle sue convinzioni, poco incline alla disponibilità del cuore.

E’ il viaggio in Sicilia e i tre giorni alle prese con la febbre tifoide che lo bloccò in un piccola taverna di …Leonforte: non una semplice ‘coincidenza’ per lui che credeva molto nel genius loci.

Dopo quella crisi, ne uscì nuovo, ‘plasmabile’ (sia pure in una terra, la sua, ostilissima ai cattolici, ‘catacombati’ da oltre tre secoli nell’isola britannica) alla conversione, com’è dato leggere nell’ode, che qui di seguito riporto:

«Guidami Tu, Luce gentile,

attraverso il buio che mi circonda,

sii Tu a condurmi!

La notte è oscura e sono lontano da casa,

sii Tu a condurmi!

Sostieni i miei piedi vacillanti:

io non chiedo di vedere

ciò che mi attende all’orizzonte, un passo solo mi sarà sufficiente.

Non mi sono mai sentito come mi sento ora,

né ho pregato che fossi Tu a condurmi.

Amavo scegliere e scrutare il mio cammino;

ma ora sii Tu a condurmi!

Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura,

il mio cuore era schiavo dell’orgoglio;

non ricordare gli anni ormai passati.

Così a lungo la tua forza mi ha benedetto,

e certo mi condurrà ancora,

landa dopo landa, palude dopo palude,

oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà;

e con l’apparire del mattino

rivedrò il sorriso di quei volti angelici

che da tanto tempo amo

e per poco avevo perduto.»

E basta: i Leoni sono questi e sono… solo tre.

Come quelli dello stemma di una nazione certamente non ‘a caso’: quella del Santo tanto caro a Papa Benedetto XVI.

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