“Il mito è un super-reale”, disse McLuhan in un’intervista del 1970, “qualcosa di più dell’ordinariamente reale”.
C’è una conoscenza arcaica dell’umano i cui insegnamenti paiono riproporsi nella storia: così quello prometeico con il fuoco atomico, ‘donato’ agli uomini da Robert J. Oppenheimer.
Il mito contiene un ammonimento, la cui efficacia sta nella pena inflitta al protagonista: il suo consumarsi fin dentro le viscere nella consapevolezza di aver compiuto l’irreparabile. Perché, come il titano, lo scienziato continua fino alla fine ad essere fiero della propria impresa, pur cogliendone le terribili ricadute.
Il mito dell’American Prometheus, non diversamente da quello ellenico, ha che fare con il potere, con la pretesa di sottrarlo agli dei, pretesa che attraversa il film di Christopher Nolan come una delle solite, molteplici e stratificate chiavi di lettura delle sue opere.
Il potere (TUTTO il potere, non solo quello politico, ma quello della scienza, anche declinante nel suo sempre più crescente prestigio) è pure questo: bramato e vezzeggiato nell’ombra ma sfuggito, consegnato per sempre ad altri, da chi ha voluto portarlo alla luce.
Il sole atomico illumina ed abbacina Oppenheimer in sequenze di mirabile potenza, quelle in cui sono evidenziate tragicamente le conseguenze delle sue scelte, delle sue azioni; il sole lo cancella dallo schermo, trasfigurando un volto -per il resto- esplorato delle pose delle fibre muscolari e dei bulbi oculari di Chillian Murphy e catturato da ossessivi primi piani.
Il fuoco sognato dal giovane Oppie, ispirato dalle gocce della pioggia, raggrumato nell’infinitesimale distanza fra gli elettroni e i neutroni nelle sue veglie insonni, era stato il propellente della sua stessa vita: liberando quel fuoco dall’atomo e consegnandolo agli uomini, il protagonista si raffredda e si oscura: come nella sua, altra straordinaria intuizione, quella del buco nero.
La gravitas di Oppenheimer è come gravità della stella morente, il cui infinito calore sta ormai altrove: egli si spegne e scompare, si arrende, attirando a sé, verso il baratro, chi gli è vicino, a partire dalla moglie Kitty.
Il potere -portato alla luce o, peggio, divenuto luce- divora i suoi adepti: come il Lewis Strauss di Robert Downey Jr. che autoprofetizza il proprio fallimento nel momento in cui vuole emergere.
Il potere va mantenuto nel chiuso di una sala, come quella Ovale, in cui Truman impartisce una lezione di agghiacciante umanità, sventolando ad Oppenheimer il fazzoletto con il quale, ogni singolo secondo, si netta le mani dal sangue, rivendicando le sue scelte tragiche quanto necessarie.
Il potere è inghiottito solo chi se ne fa inghiottire: gli altri è meglio che lo perdano, per sempre.
Queste, e chissà quali altre perle, ancora da scoprire, si trovano in ‘Oppenheimer’ scavando in modo -stavolta- ancor più difficoltoso sia perché bisogna farlo nella grumosa terra del fatto storico, sia perché Nolan copre i suoi messaggi, rendendoli così ancor più misteriosi, in una rappresentazione che toglie il fiato, avvincendoti, avvinghiandoti alla bellezza e alla profondità delle immagini e stordendoti con il ritmo dei dialoghi e del montaggio.
Ogni ‘mistero’ nolaniano (lui ha parlato, del mistero, durante la promozione del film) ha una piccola chiave.
Un’altra può essere la meccanica quantistica a cui, mi pare, è improntato il racconto.
‘Fissione’ e ‘Fusione’, il colore del soggettivo e il bianco e nero dell’oggettivo, in realtà, trasfondono nel film l’idea della realtà dei quanti: quella in cui un accadimento è solo una possibilità fra le infinite, potendo finire -ad un tempo- in un modo o in infiniti altri modi (la Jean Tatlock che, nella mente del protagonista, muore per il suicidio da barbiturici e, nel pensiero dopo, per una mano assassina).
La meccanica quantistica in cui l’osservatore, con la sua sola presenza, condiziona l’esperimento, variabile fra le variabili: un affresco del verbo nolaniano, che non spiega mai NESSUNO dei suoi film, cosicchè ciascuno è per ogni spettatore un film diverso; o, persino, ogni visione è diversa, risuona differentemente.
Nolan esaspera, nuovamente, come in The Prestige, il dualismo: ma stavolta quello fra le due figure leaders delle due narrazioni (Oppenheimer e Lewis Strauss) è uno specchietto per le allodole. Quello centrale è il dualismo fra due realtà, fra due prospettive dell’unica realtà: il modo, cioè, con cui esse ‘fanno vibrare’ i protagonisti.
Siamo fatti di ‘onde’. Meglio, come spiega al suo unico, primo allievo di Berkeley Oppenheimer: siamo nel contempo ‘materia e onda’, come nel paradosso dei quanti che tanto pare assomigliare a quello dell’essere umano (le due mani che di Oppie e di Kitty che si toccano trasmettono unitamente l’impenetrabilità dei corpi e la capacità degli esseri umani di farsi ‘attraversare’, ‘raggiungere’ l’uno dall’altro).
Si potrebbe ancora continuare (e temo che lo farò in futuro): a partire da quell’inizio in cui compaiono una mela avvelenata e la metafora di Bohr di un serpente nascosto sotto la pietra: i simboli archetipali di una ribellione che si fa, ancora, tetativo di rapina del divino.
Penso possa bastare, per ora.
Meglio, per ora, rimanere ancora stregati da un meraviglioso pezzo di cinema; lasciarsi scuotere dalle ‘onde quantiche’ che esso ha saputo emanare.


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