‘revolution’, la canzone ‘sbagliata’

Brani in random, stamattina, per andare in Tribunale. E mi spunta la famosa ‘Revolution’ dei Beatles che però ascolto nella versione… dei Thompson Twins del 1985, perchè, spiace un po’ dirlo, a me i Beatles non sono mai piaciuti.

Mi appunto su questi versi di Lennon (il testo era suo):

“You say you’ll change the constitution
Well, you know
We all want to change your head
You tell me it’s the institution
Well, you know
You better free you mind instead”.

Beh.. Lennon, ho pensato, era ‘avanti’: anche rispetto a quella contestazione violenta (il brano uscì proprio nel 1968) aveva avuto fiuto lungo: il ‘cambiamento’ vero -e quindi anche quello più pericoloso- è nel ‘change of your head’…

Ma la maledetta curiosità che, a volte, mi prende alla gola non poteva rimanere insoddifatta: quindi stasera un po’ di storia.

A Lennon il pezzo causò subito grattacapi: scrisse quella canzone in India, dopo un periodo di ‘meditazione’ ma, allo stesso tempo, si andava formando in lui quella ‘svolta’ politica che finì con imprimere ad altri testi.

Ne venne fuori quello che il ‘Movimento’, con la M maiuscola, stentò a perdonargli, perchè Lennon si smarcava dalla violenza della Contestazione (con la C maiuscola) e, pur essendo di sinistra, molti videro nella sua via soft -molto da filosofia indiana- un tradimento:

But when you talk about destruction – Se volete parlare di distruzione
Don’t you know that you can count me out. – Sappiate che mi tiro fuori

Le polemiche durarono tre mesi: nella versione del ‘White album’ Lennon inserì Revolution aggiungendo un 1 e, alla fine del verso “you can count me out’ un ‘in’ sussurrato: come a dire “se proprio insistete, sappiate che sono comunque dentro”.

E “dentro”, gli va dato atto, Lennon lo fu con tutte le scarpe, fino alla sua fine ed oltre, come sappiamo…

Ma non è finita.

A proposito di scarpe, nel 1988, a vent’anni esatti da quel pezzo e da quella contestazione un brand emergente di scarpe da ginnastica acquisì i diritti di ‘Revolution’ per lanciarsi nel mercato americano.

Quel brand era la Nike, oggi colosso globale del tutto e del suo contrario (socialmente parlando, voglio dire, sopratutto con quell’abisso fra il dire dei messaggi e il fare di certi tuguri produttivi in Bangladesh).

Una fine ‘simbolica’, se vogliamo: la Contestazione che ‘finisce’ nei ruggenti Ottanta del boom economico americano, nei prodromi della globalizzazione, nell’alba dell’era del marketing avanzato, nel trionfo della borghesia produttiva americana, magari formata da quegli stessi rampolli che, nel 1968, ‘kontestavano’…

Ma la ‘triste’ sorte di una canzone, nata ‘sbagliata’ (come ogni rivoluzione, del resto), non era ancora esaurita: in questo 2020, ‘Revolution’ è finita della… playlist di Spotify “Keep America Great Rally’, la lista di brani che hanno fatto da ‘colonna sonora’ alla campagna presidenziale di Donald Trump (!)…

P.S. La versione qui sotto è la ‘terza’ Revolution: ‘Revolution 9’ che chiude l’album bianco dei Beatles del 1968. Pare che Lennon l’abbia ‘imposta’ nonostante le proteste di McCartney, fondate a giudicare da quanto si sente.

La ‘terza rivoluzione’, come quella tecnologica e, spiega Wikipedia, neo-positivista, che stiamo vivendo, i cui ‘esiti’ sembrano ben rappresentati dai suoni: un brano ‘profetico’, a suo modo, anche questo.

Diavolo di un Lennon!

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