Vi svelo una cosa un po’ intima: la mia preghiera del mattino si chiude con una litania a cui, da mesi, aggiungo ‘pezzi’: Carlo Acutis, Josè Gregorio Hernandez, Rosario Livatino e Suor Maria Laura Mainetti, per esempio.
Poi ‘raggruppo’ i santi per nome: allo stuolo di Giovanni e Franceschi si sommano le ‘Tre Terese’: d’Avila, di Lisieux e di Calcutta.
Sarebbe stata, al secolo, Teresa anche la suora martire a Chiavenna.
Per una combinazione, il Vangelo domenicale di oggi si incastra perfettamente con la Madre albanese, di cui oggi si celebra la festa liturgica: è quello di Gesù che guarisce il sordomuto.
Due cose mi colpiscono.
L’ ‘effatà’, ‘apriti’ che Cristo intima.
‘Aprire’ -che implica l’indispensabile ‘dischiudere’ che prelude all’uscire- è anzitutto ‘aprirsi’. E il sordomuto era il perfetto chiuso in sè stesso, isolato da ogni relazione, obbligato a parlare solo fra sé e sé.
Teresa di Calcutta percorre, per lascirsi dietro sè stessa, mezzo mondo per ‘aprirsi’ all’altro e, con quel sapore di paradosso che solo la fede può aggiungere, per andarsi a ‘chiudere’ nell’altro, che diventa il suo mondo.
Ma questo non può accadere se il ‘dischiudersi’ non si verifica nei confronti dell’Altro assoluto, che contiene e diffonde al tempo l’Alterità assoluta: Dio.
La seconda cosa è il processo di ‘apertura’ della bocca del sordomuto: Gesù ne tocca la lingua con la saliva.
Come ho già detto più volte, è bandito ogni spiritualismo puro e duro: lo scambio del fluido materiale, alla vista poco ‘igienico’ e ‘urtante’, qui è segno concreto di un processo che attraversa, coinvolge e -quindi- riconosce piena dignità alla materia corporea.
Peraltro l’aggiunta di saliva ‘corrisponde’, proprio sul piano concreto: si parla poco e male con una lingua ed una bocca secca o impastata…
E Teresa?
Teresa la ritroviamo, ovviamente, pure qui: senza paura dei ‘fluidi’ corporei di piaghe, ferite, colpi di tosse ed altre poco attraenti ‘emissioni’ dei malati.
Anzi, immersa, anche in questo, nell’alterità che il prossimo rappresenta: d’altra parte questa è com-passione, patire davvero assieme, significa condividere anche la sgradevolezza.
P.S. Mia moglie mi dice che, in TV, quel sant’uomo del Card. Comastri ha appena raccontato che, le volte in cui incontrava e salutava Madre Teresa, aspettava un giorno intero prima di lavarsi le mani, poichè temeva -facendolo- di ‘perdersi qualcosa’.
Tutto torna, compresa la ‘conservazione dei fluidi’.


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