Vincent Lambert, morto poche ore fa, per il Corriere, sarebbe un ‘simbolo della battaglia PER il fine vita’ e -come osserva bene Silvio Brachetta- non sarebbe stato deliberatamente ucciso, ma sarebbe morto così, da solo.
Per Repubblica, ‘un emblema del dibattito sul fine vita’: un titolo ancor più obliquo, distorsivo. Perchè riduce Vincent a un paragrafo, un caso di scuola, un’ipotesi della dialettica fra narrazioni contrapposte.
Da vomito.
Un mondo così immerso nelle menzogne che si racconta incessatemente, così come una chiesa di paglia, pronta svolazzare leggera leggera ad ogni refolo di vento, presto saranno spazzati via. Non stanno in piedi, come quei simulacri di cartone ai quali non basta l’appoggio in legno che tengono dietro. Non c’è profondità nè spessore: alle due dimensioni appena sufficienti per l’apparenza, manca la terza che serve per emergere dal piattume del nulla.
Vincent Lambert è il simbolo opposto: non di quelli che vogliono farla finita ma di quelli che vogliono vivere a dispetto di ciò che è ‘considerabile degno di essere vissuto’.
A Vincent la spina dell’alimentazione e dell’idratazione è stata staccata perchè era lui la spina nel fianco di un mondo che vuole vivere senza patemi, senza pensieri, per di più insopportabili. Un mondo che ha chiuso in un baule dimenticato secoli di riflessione sulla vita e la morte, sul loro significato, per vivere dell’oggi o -al limite- come dicono, ‘dei loro sogni’.
E cosa disturba di più questi sognatori di professione che uno che non può più ‘sognare’, secondo loro, il kitesurf o una vita da Point Break? Che ne sanno loro, dei sogni di Lambert: che piangeva quando gli dicevano che lo avrebbero lasciato morire di fame e di sete? E se per lui il sogno, il carpe diem, era proprio il poter riaprire gli occhi e tornare a rivedere un giorno di più mamma e papa, battutisi per lui come leoni? Proprio come una madre ultraottantenne aspetta il figlio, carpendogli i pochi minuti delle due visite al giorno, consapevole che il suo tempo sta comunque per esaurirsi?
Alla fine, Vincent muore come un cane, per fame e sete, sedato per modo di dire, perchè non è stato considerato un uomo; perchè non sono stati considerati padre e madre di un uomo quei due poveri vecchi, costretti a vedere crepare il figlio fra atroci spasmi e nello sfigurarsi del volto; costretti ad accettare questo supplizio come ‘il bene’ per il loro figlio.
Ma finirà: ci sono tutti i segni, spuntanti come i funghi, che tutto questo girotondo di figuranti sta per terminare come merita.


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