Stamattina, dopo aver guardato distrattamente l’ennesimo video di persona catalogata (o autocatalogatasi) ‘no-vax’ che -tutto ricoperto di maschere d’ossigeno e sonde- si dichiara ‘pentito’ del proprio ‘percorso’, sono arrivato ad una conclusione: non credo vi siano mai state epoche, come questa, colme di sedicenti ‘testimoni’ di ogni possibile causa, partita o ‘valore’; specie ‘testimoni’ così fieramente e facilmente ‘contenti’ di esporsi, anche grazie a socialcosi come questo.
E’ tutto un pullulare.
E, a tale ‘esposizione’, corrisponde l’esaltazione (ovvero, rispettivamente, il biasimo) di fans o detrattori della causa ‘testimoniata’.
C’è qualcosa che, però, non mi torna in tutto questo.
L’istinto del cattolico -dopo anni- ‘sente’ (e non certo solamente per l’erroneità delle ‘cause sposate’) che appare ‘distorto’ -da questo offrirsi spontaneamente- il senso stesso del ‘testimoniare’, cioè del frapporre un racconto di verità, di percezione di un fatto, fra due o più tesi (o cause) fra di loro confliggenti.
Dico l’istinto cattolico perchè, come tutti sanno, la testimonianza suprema del cristiano è quel martirio a cui egli persino può essere chiamato, appunto, per ‘confermare’ (non solo a parole, ma con la stessa effusione del sangue, se necessario ed inevitabile) la fede in quel Fatto che è l’Incarnazione e la Resurrezione di un Dio fattosi Uomo.
Non una cosa, insomma, per faciloni; tutt’altro: è la vita stessa a doversi fare ‘testimonianza’ del credere e, così, della credibilità di ciò che viene creduto. In un certo senso, ‘effondere’ un sangue (spirituale) con i propri atti, gesti o rinunce.
Ma -pensandoci ancora un poco e sempre ‘istintivamente’- anche l’avvocato ‘percepisce’ che qualcosa suona male.
L’esperienza forense mi ha portato a constatare che tutti i testimoni (o quasi) vengono di gran malavoglia a testimoniare. Solo una visione superficiale, che avevo anch’io, può pensare che sia solo questione di ‘fastidio logistico’ anche per la perdita di tempo.
No, c’è ovviamente dell’altro: la testimonianza -a maggior ragione quella processuale- s’innesta un un contesto agonico, di conflitto.
Esattamente un conflitto fra due o più parti e, potremmo dire, fra due o più cause ‘sposate’.
Insomma, la testimonianza ha a che fare con la violenza, perchè il processo è -nel suo aspetto più profondo e oscuro- una ‘sacra rappresentazione laica’ (la parola ‘sacra’ non è usata affatto a caso), il cui è obiettivo è dissimulare, neutralizzandola, la violenza fisica spostandola su un terreno fatto di mosse, strategie, colpi e di regole volte a garantire tale auspicabile neutralizzazione.
Il testimone -insomma- non può fare a meno di sentire (e, in tantissimi casi, se non lo sente, una o tutte le parti glielo fanno sentire lo stesso…) che il suo deporre è ingresso in un’arena nella quale, in misura variabile, può finire (o deve finire?) per prendere ‘le parti’ di qualcuno dei contendenti; qualunque cosa dica, faccia o non faccia ovvero ometta di dire.
La violenza privata, insomma, dalla più piccola alla più grave, non è nè sarà mai fatto ‘privato’.
E qualcuno sarà sempre ‘chiamato’, da esterno, ad esserne un po’ ‘martire’.


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