a paderno, un vuoto dell’essere. probabilmente…

Naturalmente, sono pienamente d’accordo con gli amici che, con diverse sfumature, hanno detto che la strage di Paderno è più facilmente spiegabile con gli argomenti… che oggi i più non usano, cioè quelli metafisici e, in particolare, con un’eruzione del male e del suo ‘principale’ (anche nel senso di ‘principe’) agente provocatore.

Il male è, anzitutto, privazione del bene. Un vuoto ontologico, un vuoto dell’essere, inesprimibile a parole come lo è quell’essere che ‘manca’.

Il diciassettenne omicida e persino la sua vicenda richiamano a gran voce questo svuotamento, improvviso o progressivo, fino al compiersi di una tabula rasa dell’anima.

Anzitutto, la trasposizione dal gioco elettronico, dalla mera rappresentazione del male, alla realtà dell’omicidio del fratellino: l’altro scompare dall’orizzonte in quanto presenza e, con l’altro, scompare il senso della responsabilità che la presenza altrui richiama costantemente.

‘L’inferno sono gli altri’, osservava Sartre: certo, ma per chi non desidera esserne interpellato, perchè quell’interpello ti chiama a rendere un conto, anzitutto a te stesso, di ciò che fai e sei.

Il gioco, riproduzione all’infinito, l’infinta opportunità di tornare indietro, persino dalla morte, cancella l’idea stessa della mortalità. L’indistinzione -che è uno dei tratti costitutivi della nostra epoca- fra finzione e realtà fa il resto: dal colpo assestato dal personagigo videoludico ai fendenti al fratellino il passo diventa breve.

Ma il diciassettenne deve essersi, prima, ‘svuotato’. Deve essere divenuto voragine ‘colma’.. dell’assenza dell’essere, a cominciare dal proprio, dalla propria presenza, dall’essere presente a sè stesso.

Il vuoto, la voragine, a quel punto, cominciano a risucchiare tutto, a partire da ogni altra presenza: il fratellino e, ancor più, il padre -figura simbolica della responsabilità stessa- ucciso subito dopo perchè, a quel punto, l’impunità, il non dover rendere il conto, andavano garantiti.

Il padre ucciso mentre vuole che il figlio chiami i soccorsi per il fratellino: ucciso mentre offre un’opportunità di riscatto, inghiottita dal vuoto, però, anch’essa…

E, alla fine, la madre, simbolo dell’unione familiare, collante di una realtà e di relazioni che non ci sono più, dissoltasi nell’abisso di un’anima vacua.

Ma quel che inquieta di più è che il vuoto da cui nasce questa vicenda, tragicamente incolmabile, risucchia ancor oggi tantissime altre cose, manifestandone l’assoluta ‘vanità’ ed inconsistenza. La loro volatilità.

Quella, per esempio, degli elzeviri dei dotti di ogni tipo, degli esperti, le cui parole si ripetono e si moltiplicano, quasi a voler esorcizzare magicamente il mortifero nulla. Le cui parole finiscono però per essere inghiottite anch’esse dal vuoto, invece che riempirlo, come spererebbero quei ‘dottori’.

Anche i loro nomi finiscono risucchiati dall’assenza; come il nome del cappellano del carcere, che si oppone anche lui, poverino, con gli argomenti del secolo vigente, piuttosto che con le armi della Chiesa di sempre, attrezzata dal suo Signore ad attraversare le fiamme che ti assediano, quando provi la privazione dell’essere.

L’abbandono, anzitutto, ad un Dio che trascende, raggiungibile solo a partire dalla certezza del Suo essere assente dal teatro del visibile. E, poi, il perdono al quale pensa, e non è un caso, un altro padre: il nonno del ragazzo, il quale proclama che ‘non lo abbandonerà’, nonostante quello che ha fatto.

Così, con quel perdono offerto gratuitamente, contro ogni logica, si rimette in moto il grande alleato che Dio ha dato agli uomini: il tempo.

Un tempo che era stato risucchiato anch’esso dalla voragine del male e che, riproponendo un percorso di uscita e di ‘riempimento’ del vacuum dell’anima, riprende a scorrere, riproponendo al ragazzo un senso: per espiare, pagare, per riavere la sua responsabilità e, con essa, la sua vita.

Risucchiata, assieme ad altre, in quel di Paderno.

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